In BHUTAN: sulle tracce del FIL

Di che materia è fatta la Felicità?

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 C’era una volta un re, era il Quarto Re Dragone di un piccolissimo regno sperduto sulle cime dell’ Himalaya. Un giorno il re chiese ai suoi consiglieri: “di che cosa parliamo quando parliamo di felicità?” Non gli bastava più essere un re, desiderava che la sua gente fosse felice.

Pensate che questa sia una favola?

Apparentemente questa è la storia recente del piccolo stato del Bhutan, al confine tra India e Cina. Visto che io stessa stentavo a crederci, ho deciso di verificare di persona: sono partita per il Bhutan.

E’ un regno minuscolo, con pochissimi abitanti (ha un territorio grande come la Svizzera ed è abitato da una popolazione pari a quella di Bologna), eppure, è noto in tutto il mondo per la decisione di abbandonare il PIL (Prodotto Interno Lordo) a favore del FIL: la Felicità Interna Lorda.

L’idea è che il benessere degli esseri umani sia troppo complesso per essere misurato unicamente da fattori economici, così in Bhutan le cose importanti si misurano in FIL. E’ chiaro che, a un certo livello, la sicurezza economica è un fattore importante (si devono pur soddisfare i bisogni primari prima di pensare a essere felici), ma il  PIL da solo non basta e, in certi casi, può essere forviante. Il problema è noto: includendo tutti i flussi finanziari (come il  fatturato dei medicinali o quello degli armamenti) questo indicatore può portare a considerazioni errate sul benessere di un paese: il PIL di una nazione cresce non solo se le cose vanno meglio, ma anche se ci si ammala di più o se si fa la guerra.

In effetti, il dibattito va avanti da tempo: scienziati, intellettuali,  leader visionari, rock star e persone  comuni ci hanno spiegato in tanti modi come il Prodotto Interno Lordo non possa dare indicazioni efficaci sul grado di felicità di cui godiamo. Uno dei discorsi più famosi è quello di John Fitzgerald Kennedy nel 1968:

“ Il Prodotto Interno Lordo include l’inquinamento della nostra aria e la pubblicità delle sigarette, il costo delle ambulanze che ripuliscono le nostre strade dalle carneficine. Il PIL include anche il costo dei  lucchetti che servono per blindare le nostre porte e quello delle  prigioni per le persone che li scassinano…”

E, tuttavia, continuiamo a parlare di PIL come sinonimo di benessere.

Si può fare diversamente?

Nel 1972, Jigme Singye Wangchuck, decise di raccogliere questa sfida. Il Quarto Re Dragone, cresciuto molto in fretta negli anni critici della rivoluzione cinese (e delle drammatiche conseguenze sui paesi vicini), salì sul trono giovanissimo e prese molto sul serio l’idea di trovare un indicatore di benessere alternativo al PIL.

Così, in Bhutan fu istituito un centro nazionale di ricerca  dove i ricercatori potessero  indagare scientificamente quali parametri sono più adatti a descrivere e misurare il grado di felicità per un essere umano, e, alla fine, nacque il FIL: l’Indice di  Felicità Interna Lorda.

Come è fatto il FIL?

Secondo il Re l’essenza del FIL è la garanzia di avere:

  • pace e felicità tra i cittadini
  • sicurezza e sovranità sul territorio nazionale

Dal punto di vista tecnico, il FIL  è un numero  e si calcola attraverso 33 indicatori. Il valore di ciascun indicatore, a sua volta, è la somma pesata di una serie di parametri  che hanno lo scopo di indagare la felicità individuale in 9 aree, considerate importanti per raggiungere l’equilibrio nell’arco della vita. Gli ambiti di indagine spaziano dai domini più classici (lo Standard di vita, la Salute e l’Educazione, l’Uso del tempo, la qualità di Governance sul territorio, la Biodiversità e  la Resilienza dell’ambiente in cui si vive)  a quelli più innovativi (il Benessere Psicologico, la Vitalità della comunità, la  Diversità Culturale e la Resilienza della comunità).

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Sulla base di questa griglia, periodicamente, vengono sottoposti dei questionari ai cittadini. L’obiettivo è valutare se le politiche messe in atto dal governo abbiano avuto un impatto positivo sulla loro vita e se, quindi, abbiano effettivamente migliorato il loro benessere e la loro felicità.Nei questionari si assume che una persona sia felice se assegna la sufficienza complessiva ad almeno 6 domini su 9. Con il punteggio finale, poi, si valuta la politica del governo.

Ma davvero questo sistema può incidere sulla felicità individuale?

Il Bhutan, agli occhi di un visitatore occidentale, appare come un’oasi di pace:

ci sono i sussurri delle bandiere al vento; i cigolii dei cilindri di legno che innalzano preghiere al cielo; le visioni dei monasteri arroccati su picchi improbabili; le foreste lussureggianti e i ruscelli limpidissimi; gli abiti tradizionali (il “gho”  per gli uomini e la “Kira” per le donne); le risaie verdissime e  gli incredibili trekking sulle cime dell’Himalaya.

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E ancora…ci sono le offerte divine fatte con l’acqua (perché a tutti deve esser concesso di offrire qualcosa), la luce fioca delle candele di burro; i piatti gustosi come l’Ema Datshi con riso accompagnato da thé Suja (salatissimo); le tradizioni vivaci come la benedizione del “divine mad man” (un sacro bizzarro per noi occidentali);  i monaci tibetani avvolti nei drappi rossi e arancio; astrologi che raccontano delle vite passate e future attingendo ai calcoli dei loro testi sacri…

Durante il mio soggiorno ho potuto “toccare con mano” l’estrema gentilezza dei Bhutanesi, l’intelligenza delle persone che collaborano con il governo alla definizione del FIL e la cura dei monaci buddhisti verso le classi più deboli. Ho avuto l’impressione di essere in un mondo dove l’uomo è davvero capace di vivere in armonia con la natura….un luogo dove tutti sembrano più rilassati, persino i tori, che circolano liberamente per le strade e ogni tanto si fermano a guardarti negli occhi (un’altra esperienza molto, molto “bizzarra”).

negli occhi (un’altra esperienza molto, molto “bizzarra”).

Tutto qui, dunque?

Dal punto di vista politico, il paese è una democrazia parlamentare. Dal 2008, infatti, per volontà del re, la monarchia è stata abolita e il paese è governato da un gruppo di cittadini eletti dal popolo, le cui politiche sono misurate sui risultati del FIL.

Dal punto di vista economico, il Bhutan ha conosciuto un periodo di rapida espansione (con tassi medi del + 7,9% , negli ultimi due decenni [1]). Questa crescita è imputabile principalmente all’ampliamento del settore idroelettrico: il paese è passato rapidamente da un economia prevalentemente agricola ad una basata sull’esportazione di energia. Questa trasformazione, oltre ad aumentare il benessere, rende il paese particolarmente vulnerabile agli shock finanziari dei paesi confinanti. Secondo l’ultimo Resoconto alla Nazione, nonostante il Bhutan sia un paese tra quelli cosiddetti in via di sviluppo e attualmente stia attraversando un momento critico (imputabile per lo più all’alto tasso di disoccupazione), sta registrando notevoli progressi nel garantire a tutti i cittadini eguali opportunità, in particolare , in ambito educazione e sanità.

E’ chiaro che la sfida per il prossimo futuro del Bhutan sarà quella della redistribuzione della ricchezza e della sua capacità una crescita inclusiva. La filosofia alla base del FIL ha proprio questo come scopo.

Ma davvero il governo usa il FIL per le sue scelte? E se si, come?

Ho posto questa domanda ad un membro del parlamento.

“E’ un percorso a lungo termine – mi spiega- e non è affatto facile!” Apparentemente, oltre ai successi, stanno registrando anche momenti critici e sperimentano anche qualche passo indietro.

Di fatto, quello che il governo sta cercando di fare è definire, attraverso un approccio scientifico e integrato, il significato di “crescita sostenibile” e di “crescita inclusiva”, in modo da fornire alla popolazione un metodo per un benessere fondato sia su aspetti economici sia su quelli non economici.

Il FIL si può esportare?

Il  Bhutan è un paese molto particolare e difficilmente può essere preso come esempio per le nazioni occidentali: è un piccolo territorio largamente disabitato in cui la maggior parte dei cambiamenti politici si sono basati sul consenso di una piccola comunità agricola aggregata da tradizioni popolari. Inoltre, si dovrà attendere per capire se le politiche avviate saranno in grado di resistere alle sempre più incalzanti pressioni che arrivano sia dall’interno (il crescente tasso di disoccupazione e il cambiamento culturale in atto a causa della diffusione di internet) sia dall’esterno (i crescenti interessi delle multi nazionali su questo paese).

E’ chiaro che la felicità è una questione molto personale e il FIL può darci solo delle indicazioni generali. Però, lo sforzo di definire un concetto multidimensionale di felicità  come driver per le politiche nazionali meriterebbe una più seria considerazione.

Felicità multidimensionale che indirizza la politica….. sta già avvenendo?

Nel 2011 un’assemblea generale delle Nazioni Unite ha invitato i paesi membri ad adottare la Felicità Interna come indicatore per guidare le politiche di governo e, nel 2012, si è tenuto il primo meeting delle Nazioni Unite sui livelli di felicità e benessere a seguito del quale è stato pubblicato il primo World Happiness REPORT.

Nell’ultimo Report (World Happiness Report 2015), tra 158 nazioni partecipanti, la felicità nazionale è stata valutata sulla base di sei parametri: reddito pro capite, aspettativa di vita, welfare, possibilità di effettuare scelte individuali libere sulla propria vita, livelli di solidarietà e assenza di corruzione nel paese.

Il Bhutan si è posizionato solo al 79° posto, ma non è un cattivo risultato se consideriamo che il paese è tra quelli “in via di sviluppo” e, come sottolineato dallo stesso Primo Ministro, è decisamente più comparabile al Pakistan (rispetto al quale avanza per due posizioni) che alla Svizzera (la prima classificata).

Indubbiamente tutte le misure, tutte le statistiche e tutte le graduatorie sono imperfette, però l’idea di un’alternativa, scientifica e multidimensionale, al PIL  mi sembra interessante, soprattutto perché implica un modo diverso di pensare.

Per esempio, quando i nostri politici ci promettono nuove soluzioni e “formule magiche” che ci restituiranno più benessere e più felicità, perché non domandarsi (con metodo scientifico) di quale materia sono fatte queste soluzioni?

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Nella foto: il mito dei 4 amici

 

P.S. L’Italia si è classificata al 50° posto nel World Happiness Report 2015, dopo Colombia, Tailandia, Uzbekistan e Ecuador.

Nonostante il nostro reddito pro capite sia ben superiore a quello di questi paesi, perdiamo posizioni a causa dell’alto livello di corruzione e della nostra scarsa libertà nelle scelte individuali.  Quale parte ha la nostra responsabilità individuale in tutto ciò?

 

Altre informazioni:

http://www.bhutan-italy.com/

[1] https://openaccess.adb.org/handle/11540/2264

Chiara Montanari © 2015